Perché il ceto medio arretra in Occidente e in Oriente e che ruolo ha avuto, davvero, la tecnologia.
Democrazie liberali e capitalismo di Stato non potrebbero essere più diversi tra loro, eppure producono lo stesso impoverimento del ceto medio: a metterlo in moto è stata la stessa rivoluzione tecnologica, che rendeva possibile liberare tanto il capitale quanto il lavoro. La politica, su due sistemi opposti, ha scelto di liberare solo il primo.

A Shanghai come a Seattle
Thomas Zhou lavora come impiegato a Shanghai e, a fine 2023, ha fatto i conti di famiglia: portafoglio azionario giù del 30%, stipendio giù del 30%, l’appartamento comprato come investimento giù del 20%. Quello che lo tiene ancora in piedi è il pensiero di conservare il lavoro abbastanza a lungo da poter mantenere la famiglia allargata. Il 70% del patrimonio delle famiglie cinesi è legato al mattone, e si calcola che ogni calo del 5% nei prezzi delle case bruci 19mila miliardi di yuan (circa 2.700 miliardi di dollari) di ricchezza abitativa.
A Seattle, un dentista con lo stipendio medio della categoria, oltre 200mila dollari l’anno, non rientra comunque in nessuna delle professioni che nel 2024 permettono di comprarsi una casa in città (Middle-class Americans priced out). La quota di ceto medio tra gli adulti americani, nel frattempo, è scesa dal 61% del 1971 al 50% del 2021 (How the American middle class has changed).
Eppure, Zhou a Shanghai e il dentista a Seattle vivono in sistemi politici, regimi valutari, lingue e culture diversi.
Cosa li ha portati a impoverirsi in questi decenni, insieme alla classe media (1) di tutto il mondo?
Una scelta compiuta a cavallo del millennio: rendere il capitale libero di cercare ovunque il rendimento più alto e la fiscalità più leggera, lasciando le persone vincolate al territorio in cui sono nate.
Un’asimmetria che incide anche sul potere contrattuale, oltre che sulla libertà di movimento: chi può competere ovunque tratta da una posizione di forza, mentre chi resta bloccato in un solo mercato locale non ha alternative.
La tecnologia che avrebbe potuto liberare tutti
All’origine di quella scelta c’è la trasformazione digitale degli anni Ottanta e Novanta: computer e telecomunicazioni rendono economico il coordinamento a distanza e liberano il potere dal luogo fisico che lo ospitava (la fabbrica, la banca locale, la sede aziendale possono ora spostarsi dove conviene).
Rendendo l’architettura del capitale astratta e difficile da contestare, la rete permette a un’impresa di distribuire la produzione su scala globale continuando a controllarla come un’unica fabbrica.
È dunque la tecnologia a rendere possibile quella che chiamiamo genericamente globalizzazione: da un lato la delocalizzazione industriale verso la Cina e il Sud-Est asiatico, dall’altro lo spostamento istantaneo dei capitali sui mercati finanziari. Il trading elettronico arriva a Londra nel 1986 con il Big Bang, e in un weekend rende inutile il vecchio sistema a viva voce. Dalla fine degli anni Ottanta poi, cadono anche i controlli sui movimenti di capitale.
Ma quella stessa rivoluzione avrebbe potuto liberare anche il lavoro, non solo il capitale.

Libertà di movimento
Le aziende hanno potuto spostare la produzione dove volevano, senza vincoli di frontiera per risparmiare sui costi, mentre i lavoratori sono rimasti bloccati dai confini nazionali.
A deciderlo non è stata la tecnologia, sono stati i visti e un diritto del lavoro pensato per chi sta fisicamente in un ufficio: dispositivi politici che nessuno Stato ha smontato con la disinvoltura con cui ha smontato invece i controlli sui capitali.
In Cina questa limitazione si chiama hukou ed è obbligatoria dal 1958: senza il permesso della città dove vivi, niente scuola pubblica per i figli, niente sanità locale, niente pensione. La migrazione interna non è tecnicamente vietata, ma chi si sposta resta escluso da tutti i servizi, praticamente un cittadino di serie B (recentemente l’hukou è stato allentato ma solo nelle città minori).
Ricordiamo che l’Italia, prima fascista e poi repubblicana, ha avuto per decenni un equivalente dell‘hukou’ che legava la residenza all’impiego, e che la Corte Costituzionale ha considerato legittimo fino agli anni Ottanta (2).
In Occidente, la cittadinanza frena la migrazione tra vari Stati: visti di lavoro, quote d’ingresso, permessi di soggiorno. Stesso principio dell’hukou: l’accesso al lavoro migliore dipende da dove sei nato, applicato al confine di Stato invece che al confine tra città.
Il confine non è solo geografico: è di potere contrattuale. Se il lavoro potesse competere a livello globale come il capitale, il limite minimo di salario, orario e condizioni lo fisserebbe la concorrenza tra chi offre di meglio, perché a un’offerta peggiore il lavoratore se ne andrebbe. Bloccato entro un territorio, invece, quel limite può scendere fino alla sola sussistenza, perché il lavoratore non ha altrove dove andare. È, tecnicamente, la stessa logica della servitù della gleba, aggiornata dal campo al passaporto.
Il blocco si estende dal lavoro al loro misero accumulo di denaro.
Ai risparmi, come al lavoro, resta preclusa la libertà di movimento di cui gode il capitale. Se infatti Zhou provasse a portare i propri risparmi fuori dalla Cina, incontrerebbe un tetto di 50mila dollari l’anno (la quota individuale fissata dallo Stato). Il capitale delle imprese cinesi invece attraversa la stessa frontiera senza incontrare quel tetto. Restano anch’essi sotto controllo statale, ma la scala cambia il senso della cosa: un’azienda può spostare centinaia di milioni attraverso un canale pensato per quella cifra, il risparmiatore privato resta incastrato in un tetto valido dal primo dollaro cambiato.
Le leggi simili ai ragnateli, poiché se alcuno debole e leggiero v’incappa, ne è ritenuto, se più potente, lacerandoli se ne va.
Solone, VI secolo a.C.

Il costo dei mezzi di produzione e l’accesso al credito
C’è poi un secondo modo, più diretto, in cui la tecnologia pesa sulla vicenda.
Dagli anni Ottanta il prezzo dei beni d’investimento, macchine, software, automazione, è crollato in modo sistematico, spingendo le aziende a sostituire i lavoratori con la tecnologia (The global decline of the labor share).
Quello stesso crollo avrebbe potuto avvantaggiare anche chi lavora: con gli strumenti sempre più a buon mercato, più persone avrebbero potuto acquistarli e lavorare in proprio, invece di cedere il guadagno a un datore di lavoro. Comprare lo strumento, però, è solo il primo passo: prima che un’attività produca entrate stabili servono scorte, materiali, un margine per sopravvivere ai primi mesi senza incassi, quello che gli economisti chiamano capitale circolante, e che quasi nessuno ha già in tasca. È qui che torna decisivo l’accesso al credito, anche quando lo strumento di lavoro in sé costa pochissimo. Non è successo, anzi, l’accesso al credito per il lavoro autonomo si è progressivamente prosciugato.

L’architettura della disuguaglianza
Tra il 1980 e il 2023 le banche commerciali americane sono crollate del 72%, cancellando la rete di piccolo credito locale a cui attingeva chi voleva mettersi in proprio. A questa contrazione si sono aggiunte due leggi di fine millennio firmate da Clinton, che hanno cambiato la natura stessa degli istituti rimasti. Nel 1999 il Gramm-Leach-Bliley Act ha eliminato la separazione tra banche commerciali e d’investimento, permettendo loro di fondersi con la finanza speculativa. Nel 2000 il Commodity Futures Modernization Act ha tolto poi ogni controllo pubblico sui derivati. Così, prestare a chi vuole mettersi in proprio rende poco e rischia molto; scommettere su un derivato rende di più e più in fretta. Una volta che la legge lo permette, il capitale concentrato nelle poche banche rimaste va dove rende di più, e non è il piccolo prestito.
Il risultato si vede nei numeri: dal 1996 il numero di aziende quotate in borsa negli Stati Uniti si è dimezzato, da oltre 7mila a meno di 4mila.
Il prezzo dei mezzi di produzione lo ha abbassato la tecnologia.
Ma dove siano finiti i guadagni di questa efficienza lo hanno deciso due leggi che hanno reso più conveniente scommettere sul capitale che prestarlo ai lavoratori che volevano usare quei mezzi, ora più economici.
Il quadro si completa nel 2001 con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio che ha premiato i capitali con la piena mobilità verso il nuovo mercato, lasciando i lavoratori bloccati sia in Occidente che nelle aree rurali asiatiche.
Tre atti legislativi in due anni, tutti nella stessa direzione: più libertà per il capitale di muoversi e speculare, nessuna libertà in più per chi lavora.
Così, la deregolamentazione della finanza dilaga a spese dell’economia reale; a questo si aggiunge l’offensiva politica sui salari della stagione Reagan/Thatcher. I salari restano indietro rispetto ai profitti e il debito privato copre la differenza finché il sistema non crolla. Per tre decenni, infatti, l’esplosione di mutui e crediti al consumo, insieme all’illusione di ricchezza data dalla bolla immobiliare, ha permesso al ceto medio di sostenere il proprio tenore di vita a stipendi fermi, assorbendo l’impoverimento senza reazioni fino al crollo subprime del 2007-2008.
Che la crescita della finanza avvenga a spese dell’economia reale lo ha confermato una ricerca della Banca dei Regolamenti Internazionali, analizzando trent’anni di dati in venti paesi: più la finanza si espande, più l’economia reale rallenta. La causa principale, anche se non l’unica (4), è che la finanza assorbe risorse e capitali che altrimenti andrebbero a finanziare imprese, lavoro e innovazione.
A fronte di una torta che cresce meno, la fetta riservata ai salari è via via sempre più piccola. Dagli anni Ottanta gli stipendi smettono di crescere quanto l’economia, toccando i minimi storici nell’ultimo ventennio.
Il predominio della rendita
La stessa traiettoria arriva fino a oggi: il trading ad alta frequenza si è potuto sviluppare senza vincoli di velocità perché nessuno ha scelto di imporgliene, mentre la contrattazione salariale e la legislazione del lavoro restano rallentate da procedure sulle quali nessuno ha investito nello snellire. Anche questo scarto è frutto di scelta, non di un limite naturale della tecnologia.
È su questo terreno – dove le decisioni politiche liberano i capitali – che si innestano tre meccanismi capaci di stritolare il ceto medio con la stessa logica, a Shanghai come a Seattle.
Il primo è il predominio della rendita sulla produzione.
Chi possiede grandi ricchezze ne consuma una parte minima e reinveste il resto. Ha inoltre accesso a gestioni finanziarie precluse ai piccoli risparmiatori, e così il capitale preesistente finisce per crescere più velocemente dell’economia reale. Un esempio illuminante: il patrimonio di Bill Gates, fondatore della società più redditizia della sua epoca, è cresciuto alla stessa velocità di quello di Liliane Bettencourt, erede L’Oréal che non ha mai lavorato un giorno in vita sua, circa dodici volte entrambi (3). ‘Bettencourt owned things; Gates did things’ (Bettencourt possedeva, Gates faceva). E quando anche Gates lascia Microsoft per diventare investitore, smette di fare e comincia a possedere, il mercato lo ricompensa ancora di più, il suo patrimonio da rendita supera in pochi anni quello accumulato in un quarto di secolo da imprenditore.
Il secondo è la svalutazione del capitale umano.
L’automazione riduce i posti disponibili proprio mentre i titoli di studio ne aumentano l’offerta. In Occidente l’aumento dei laureati si è scontrato con un settore dei servizi saturo e precario; in Cina con un’offerta di titoli che cresce più in fretta dei posti pubblici, in grado di assorbirne quote sempre minori. La disoccupazione giovanile urbana in Cina oscilla oggi tra il 16 e il 19%, ma il dato ufficiale probabilmente sottostima il problema. Già nel 2023, quando toccò il record del 21,3%, il dato ignorava i milioni di giovani che avevano smesso di cercare lavoro: includendoli, la stima reale sfiorava il 46,5%. Poco dopo l’ufficio statistico cinese sospese la pubblicazione dei dati per poi riprenderla con un nuovo criterio che escludeva gli studenti universitari.
Il terzo meccanismo è l’esaurimento sociale che i primi due producono.
In Cina prende il nome di neijuan, la spirale di una competizione dove si corre sempre di più per ottenere sempre meno: si arriva esausti e senza un progresso reale, e la reazione è il tangping, il rifiuto volontario di continuare a correre.
In Occidente la stessa dinamica ha un nome, burnout, ma lo si tratta come un problema individuale da curare, non come una condizione strutturale da riconoscere. Manca un rifiuto aperto e collettivo: la frammentazione del lavoro, invece di mostrare una competizione aperta e condivisa, alimenta un logoramento silenzioso.
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Il contenimento del dissenso
Se l’impoverimento del ceto medio e l’esaurimento sociale non producono reazioni forti e visibili, è perché gli stessi Stati e oligopoli finanziari che hanno pilotato la ricchezza a proprio favore sono ora passati a contenerne le conseguenze.
In Cina, il contenimento è preventivo e opera su più livelli insieme. Sul piano penale, reati generici come “provocare litigi e fomentare disordini” permettono di incarcerare chi manifesta dissenso in qualunque forma, dai documentari agli striscioni ai libri. Sul piano economico, il Sistema di Credito Sociale traduce il dissenso in liste nere che tolgono l’accesso ai viaggi, all’impiego pubblico, ai prestiti bancari, perfino all’iscrizione scolastica dei figli. Sul piano fisico, un sistema di sorveglianza capillare arruola amministratori di condominio e proprietari di casa come informatori obbligati, mentre il riconoscimento facciale incrocia in tempo reale i passanti con le liste nere dello Stato. Sul piano digitale, le piattaforme pre-filtrano i contenuti e cancellano account e archivi interi senza appello. Il malcontento economico riceve lo stesso trattamento di ogni altro dissenso: una devianza da correggere prima che si organizzi. Il sistema non si limita a reprimere, distribuisce consenso in modo calibrato, strato per strato: la libertà che conta per ciascuno è esattamente quella che gli viene concessa (5).
In Occidente, il confine con quel modello si sta assottigliando, e non solo sul piano della sorveglianza. In Italia una legge del 2025 ha introdotto quattordici nuovi reati, quasi tutti legati a forme di dissenso, trasformando il blocco stradale in un delitto punibile fino a due anni di carcere se commesso in gruppo, oltre a poteri estesi di fermo e identificazione, incluso il fermo preventivo di dodici ore. In Usa, il bilancio dell’ICE supera quello di ogni altra agenzia di polizia federale nella storia del paese.
E l’informazione si concentra: sei sole società (Comcast, Disney, Warner Bros Discovery, Paramount Skydance, Sony e Amazon) controllano oggi quasi tutta l’offerta mediatica americana, contro le cinquanta del 1983. Il numero potrebbe presto scendere ancora. La fusione tra Paramount-Skydance e Warner Bros. Discovery ha già il via libera di Stati Uniti ed Europa, ma resta bloccata da due cause antitrust distinte, promosse dal Sindacato degli sceneggiatori e da dodici Stati americani guidati dalla California. Sulla partita pesa anche l’ostilità della Casa Bianca, che ha minacciato un’azione antitrust per fermare l’offerta concorrente di Netflix. In attesa del processo fissato per marzo 2027, Paramount ha così accettato di congelare l’operazione. Questa concentrazione non è un caso isolato: a marzo 2026 la fusione Tegna-Nexstar ha portato un solo gruppo a coprire l’80% del pubblico televisivo americano, esponendo l’informazione a una pressione politica sempre più diretta.
È anche un problema di visibilità: l’informazione d’inchiesta che individua i veri centri di potere esiste, ma resta confinata a un pubblico ristretto. L’attenzione di tutti gli altri viene assorbita dai conflitti che gli algoritmi spingono in primo piano.
Infine, il linguaggio polarizzato e divisivo delle piattaforme, ormai linguaggio pubblico tout court, disperde le energie della protesta invece di incanalarle contro chi detiene davvero il potere economico.

La promessa disattesa e il cambio di strategia
Per decenni, la legittimità sia delle democrazie liberali sia del modello cinese si è fondata su una promessa implicita: la crescita economica costante garantiva l’espansione del ceto medio e la pace sociale. Quando questa promessa si interrompe e la classe media comincia ad impoverirsi, il sistema non crolla automaticamente ma cambia strategia.
Nel 2009 John Kampfner interpretava questo cambio come un patto: il ceto medio cedeva diritti e libertà per ottenere prosperità e tranquillità. Quella tesi, a nostro avviso, non regge: non c’è sazietà ma impoverimento e paura di cadere più in basso, oltre alla sensazione fondata che mobilitarsi sia diventato inutile. Un tempo, con una finanza ridotta, la contrattazione salariale permetteva di uscire dalla povertà. Oggi che il rendimento del capitale supera stabilmente la crescita dell’economia, quella stessa battaglia incide su una frazione minima della torta. Non sorprende allora che la rabbia, non potendo colpire l’architettura finanziaria che resta inafferrabile, si scarichi su bersagli visibili: il migrante, la tecnologia o il rivale geopolitico, un nemico che si vede.
Venuta meno la promessa del benessere, la stabilità oggi riposa interamente sul contenimento della rabbia: tramite la repressione aperta a Pechino o la sorveglianza sistemica, mediatica e penale in Occidente. Il sistema non cerca più di arricchire le persone per governarle; le impoverisce e poi governa (distrae o contiene) la loro paura.
Il sistema unico
A spingere Shanghai e Seattle sulla stessa strada sono state precise decisioni legislative: per tre decenni gli interventi normativi hanno garantito al capitale la massima libertà di spostarsi alla ricerca di rendimenti o di regimi fiscali favorevoli, lasciando le persone vincolate ai confini, ai visti e ai mercati del lavoro locali.
L’angoscia di Thomas Zhou davanti al bilancio familiare in Cina e le difficoltà del dentista di Seattle nell’acquistare un’abitazione rispondono alla stessa logica. La spaccatura principale del nostro tempo non divide l’Oriente dall’Occidente o le democrazie dalle autocrazie, ma chi possiede gli asset e le infrastrutture tecnologiche da chi può soltanto vendere il proprio tempo in un luogo determinato.
Finché questa asimmetria resta protetta dall’assenza di un dibattito pubblico all’altezza, l’impoverimento della classe media continuerà a venire percepito come un fallimento individuale o come un effetto inevitabile dell’innovazione tecnologica, mascherando le responsabilità di chi ha disegnato queste regole.
– di Paola Furlan e Andrea Mazzucchi
Note
- Usiamo qui ceto medio in senso funzionale: la fascia ampia di popolazione che vive del proprio lavoro, esclusa sia dal decimo più ricco, chi vive di rendita finanziaria o immobiliare, sia dalla povertà assoluta. È una definizione che permette il confronto tra Occidente e Cina a prescindere dalla genesi diversa dei due ceti medi: quello occidentale radicato nell’architettura del dopoguerra, quello cinese più recente e legato alla stagione delle riforme.
- La legge 1092 del 1939 «Provvedimenti contro l’urbanesimo» (che completava la legge 358/1931 sulle migrazioni interne) subordinava la residenza nei centri industriali al possesso di un impiego stabile, mentre l’iscrizione alle liste di collocamento, necessaria per essere assunti, richiedeva a sua volta la residenza: un circolo chiuso. Le due leggi furono abrogate nel 1961, ma il collocamento restò legato al territorio, e la Corte Costituzionale ne confermò la legittimità ancora nel 1986.
- Il confronto è di Thomas Piketty (Il capitale nel XXI secolo, 2013), su dati Forbes: la fortuna di Gates passa da 4 a 50 miliardi di dollari tra il 1990 e il 2010, quella di Bettencourt da 2 a 25 miliardi. La contrapposizione “possedeva/faceva” riprende una formula che Cory Doctorow usa ricorrentemente per sintetizzare lo stesso confronto.
- Il valore finanziario può gonfiarsi senza che la produzione sottostante sia cresciuta. Se il valore di mercato di un’azienda quotata sale senza che siano aumentati fabbricati, macchinari o produzione, quel valore più alto funziona comunque da garanzia: e chi lo possiede può usarlo come collaterale per ottenere credito aggiuntivo, immettendo potere d’acquisto reale nell’economia senza che sia stato prodotto nulla in più. Questa domanda aggiuntiva preme sui prezzi dei beni di consumo, mentre i salari restano al palo: in questo modo, il potere d’acquisto di chi vive di lavoro si erode, mentre il patrimonio di chi possiede l’asset continua a crescere. Uno studio sui dati americani dal 1959 al 2023 conferma questa divergenza: sono i profitti del settore finanziario, non quelli dell’economia reale, a spiegare la maggior parte dello scarto tra prezzi al consumo e prezzi alla produzione (Gmeiner, International Journal of Economic Policy Studies, 2026).
- Un commerciante ottiene la libertà di aprire un’attività e commerciare; un accademico quella di scrivere, fino alla soglia oltre cui i suoi articoli comincerebbero a collegare i puntini in pubblico. Nessuno dei due percepisce ciò che gli è precluso come una perdita, perché non è mai stato qualcosa che gli interessava usare. La sociologia cinese ha un nome per questo meccanismo: fenlei kongzhi (分类控制), “controllo differenziato”, il trattamento diverso che lo Stato riserva a organizzazioni e categorie sociali diverse a seconda della pericolosità politica percepita (Kang Xiaoguang e Han Heng, Modern China, 2008). La stampa internazionale lo chiama “smart authoritarianism”, una calibrazione continua tra controllo e libertà concessa piuttosto che un blocco uniforme. Uno studio su milioni di post social cinesi ha mostrato che la censura colpisce in particolare i contenuti con potenziale di generare azione collettiva (King, Pan e Roberts, American Political Science Review, 2013). Foreign Affairs ha descritto di recente lo stesso approccio come “smart authoritarianism”: una calibrazione costante, non un blocco uniforme.
