Come la politica sta indirizzando l’AI a danno della classe media, in Oriente come in Occidente.
Non ci sarà alcuna redistribuzione spontanea dei benefici dell’intelligenza artificiale: le scelte politiche attuali, ad Oriente come a Occidente, stanno già disegnando la rotta della nuova ondata tecnologica: blindare i profitti di pochi, restringere i margini di autonomia del lavoro e accelerare l’impoverimento della classe media.

Quattro aziende – Amazon, Microsoft, Google e Meta – spenderanno nel 2026 circa 725 miliardi di dollari per costruire l’infrastruttura della prossima rivoluzione tecnologica: il 77% in più dell’anno precedente. Il ritmo di crescita rallenterà ma non si fermerà: gli analisti prevedono che la cifra superi comunque i mille miliardi nel 2027.
Dall’altra parte del mondo, la risposta di Pechino alla cosiddetta “involution” (la spirale di concorrenza involutiva dove centinaia di imprese si cannibalizzano a vicenda distruggendo valore) punta a un consolidamento forzato dell’intera industria ad alta tecnologia: nei settori automotive, solare, microchip e intelligenza artificiale, il governo ha scelto come soluzione preferita la concentrazione delle risorse su pochi gruppi di Stato, destinando le altre alla chiusura o all’assorbimento.
Due sistemi politici opposti stanno arrivando, con strumenti differenti, allo stesso risultato: la prossima ondata tecnologica si concentrerà in meno mani di quella precedente, non di più.
Sotto questo profilo, la distinzione tra i due modelli sta nelle modalità con cui viene raggiunta la stessa concentrazione: mentre Pechino procede in modo diretto attraverso la pianificazione e i decreti di Stato, l’Occidente ha ottenuto il medesimo risultato lungo un percorso trentennale di leggi e deroghe fiscali (un processo maturato all’interno di democrazie che avrebbero dovuto, in teoria, impedire la formazione di simili oligopoli).
Le democrazie occidentali hanno già risposto alle tensioni sociali causate dalla concentrazione economica inasprendo il controllo sulle proteste, favorendo la fusione dei grandi gruppi editoriali e sviluppando sistemi di sorveglianza avanzati. Più che impedire l’accumulo di potere in poche mani, i contrappesi democratici si sono limitati a renderne gli effetti meno visibili.
Se la prima rivoluzione informatica, tra gli anni Ottanta e Novanta, è stata indirizzata dalla politica a vantaggio del solo capitale, sarebbe un errore attendersi ora che l’intelligenza artificiale inverta spontaneamente questo squilibrio. I primi orientamenti normativi della nuova stagione tecnologica confermano infatti la medesima impostazione, accelerando la concentrazione invece di redistribuirne i benefici.

La tecnologia non concentra da sola
Nessuna rivoluzione tecnologica ha mai distribuito i propri guadagni da sola. Lo ha sempre fatto un’architettura istituzionale costruita apposta: i sindacati forti, la tassazione progressiva, i controlli sui capitali del trentennio 1945-1973, il New Deal di Roosevelt e gli accordi di Bretton Woods, insieme hanno fatto crescere salari e profitti allo stesso ritmo per una generazione.
Quando quell’architettura istituzionale è stata smontata pezzo per pezzo dagli anni Ottanta in poi, la crescente accessibilità del capitale digitale ha smesso di tradursi in una democratizzazione dei mezzi di produzione, cominciando invece a concentrarsi presso chi il capitale lo possedeva già.
Le economie di scala e gli effetti di rete propri dei mercati digitali spiegano una parte della concentrazione. Quello che resta da spiegare, cioè perché i suoi frutti non si siano redistribuiti, dipende da una scelta politica precisa: aver tagliato l’accesso al credito per i lavoratori proprio mentre il prezzo degli strumenti di produzione scendeva.
Ora la dinamica si ripropone, su scala amplificata, per l’intelligenza artificiale, con un paradosso in più: gran parte dell’infrastruttura software su cui l’AI si regge (Linux, i protocolli internet, molti dei linguaggi con cui viene scritta) è un bene pubblico costruito collettivamente, reso disponibile a chiunque senza licenza né compenso (1). Il profitto si costruisce sopra una base che nessuno paga per mantenere.
Non si tratta di semplice assenza di regole o ritardo del legislatore, ma al contrario di un’architettura normativa scritta apposta, in momenti diversi, da amministrazioni di segno differente, sempre nella stessa direzione.
Cina: la torta prima, la redistribuzione forse poi
Il 15° Piano Quinquennale, approvato a marzo 2026, scommette sulla tecnologia per far ripartire la crescita, rinviando la redistribuzione a un secondo momento. Al centro c’è la politica “AI Plus“: usare l’intelligenza artificiale per generare ricchezza, con obiettivi che dispositivi, agenti e applicazioni AI raggiungano una penetrazione del 70% nei settori chiave entro il 2027, e del 90% entro il 2030. Non è un settore tra gli altri, è il motore su cui il piano fa poggiare tutto il resto.
Perché questa crescita non si tradurrà in un’espansione della classe media, come ha fatto invece per una parte della popolazione urbana nei tre decenni precedenti, lo spiegano tre scelte specifiche.
La prima è la consolidazione forzata: nel 2025 Pechino ha dichiarato la necessità di prevenire la concorrenza “involutiva” tra imprese, e la soluzione preferita è la riduzione del numero di aziende, non l’espansione delle opportunità. E riguarda molti settori strategici: dall’acciaio alle batterie al litio all’e-commerce. Nell’auto elettrica, dove operano ancora un centinaio di produttori, nel medio termine ne sopravviveranno circa quindici. Nel solare, la guerra dei prezzi tra un centinaio di produttori in perdita cronica danneggia chi ci lavora, e ridurre il numero di aziende potrebbe rispondere a un problema reale. Ma quello che la riforma non garantisce è dove finisca il valore generato dalle aziende sopravvissute: può tornare a chi lavora, oppure fermarsi presso lo Stato e gli azionisti che ne hanno orchestrato la selezione, e nulla nel piano vincola l’esito alla prima strada.
La seconda è lessicale: un’analisi testuale del Piano Quinquennale mostra un calo netto delle occorrenze di “prosperità comune” rispetto al piano precedente, mentre salgono i riferimenti a “nuove forze produttive” e “autosufficienza tecnologica”. La propaganda ufficiale parla di continuità, ma il conteggio delle parole racconta un’altra storia.
La terza riguarda l’hukou, il permesso di residenza che in Cina decide dove puoi accedere a scuola, sanità e pensione. È l’unico dei due ostacoli alla libertà del lavoro su cui la Cina si è mossa (l’altro, il confine tra Stati, resta intatto): per la prima volta i migranti interni possono portarsi dietro i contributi sociali quando cambiano città, cosa che prima non potevano fare. Nelle città dove si trovano i lavori migliori però (Pechino, Shanghai, Guangzhou, Shenzhen), l’accesso resta quasi impossibile come prima.
L’obiettivo dichiarato non è liberare la classe media, ma farla spendere di più, aumentare i consumi interni. L’analista Henry Gao l’ha liquidata così “too little and too late” (troppo poco e troppo tardi): decenni di esclusione dai servizi di base hanno spinto le famiglie migranti ad accumulare risparmi precauzionali ben oltre la norma, un’abitudine destinata a persistere anche dopo l’apertura formale della riforma, mentre i governi locali, già gravati dai debiti, faticano a finanziarla.
A questo si aggiunge il fatto che in Cina si rischia di invecchiare prima di diventare ricchi: il paradosso demografico noto come wei fu xian lao (未富先老), popolazione che invecchia a un ritmo record mentre il sistema pensionistico capace di sostenerla resta ancora da costruire.
Il risultato di queste scelte è una serie di obiettivi vincolanti per la crescita tecnologica, nessun obiettivo altrettanto vincolante per la redistribuzione.
È la logica della torta prima della fetta: si investe nell’alta tecnologia, la tecnologia genera profitti, i profitti alzano i salari e, solo alla fine, lo Stato raccoglie le tasse per un welfare solido, con ogni passaggio condizione del successivo e nessuno di essi garantito dal piano. Alla classe media cinese si chiede di consumare subito, per sostenere la transizione, mentre le si rinvia la sicurezza sociale che renderebbe quel consumo meno rischioso: una sala d’attesa drammatica, dove si attendono i benefici futuri di una scommessa tecnologica non ancora realizzata.

Occidente: nemmeno la finzione di un rinvio
In Occidente, trent’anni di scelte precise, prese da amministrazioni di segno opposto, hanno costantemente protetto lo stesso tipo di capitale, senza che ci fosse un Politburo a deciderlo: esenzione fiscale che protegge il settore tecnologico nascente, denaro a costo quasi zero che ne consacra il dominio, tassazione che lo blinda.
Nel 1997 l’amministrazione Clinton, con il Framework for Global Electronic Commerce, sostiene che internet debba svilupparsi “come un’arena guidata dal mercato, non regolamentato“, con il settore privato a fare da guida. L’anno dopo arriva l’Internet Tax Freedom Act che vieta agli stati di tassare l’accesso a internet, mentre il WTO sospende i dazi doganali sulle transazioni elettroniche. È la scelta politica di esentare il mezzo digitale da imposte d’accesso, tasse sulle transazioni e dazi doganali (non dall’imposta sul reddito d’impresa): un perimetro leggero che protegge la scalabilità del settore proprio mentre si prepara a diventare dominante.
Il vantaggio si consolida nel 2020. Il lockdown, da solo, avrebbe già favorito le aziende tech (acquisti online, streaming, lavoro da remoto). Ma la politica ha aggiunto un vantaggio ulteriore: la Federal Reserve ha inondato l’economia di denaro a costo quasi zero: le grandi aziende, con accesso diretto al mercato obbligazionario, lo hanno preso a condizioni da regalo. Le piccole imprese no: dipendevano dalle banche, che con negozi e ristoranti chiusi hanno prestato meno. Tre senatori chiesero invano alla Fed di limitare le fusioni predatorie delle grandi beneficiarie dei fondi pubblici. Il denaro a costo zero è arrivato dove il rischio sembrava basso, lontano da chi ne aveva più bisogno. Risultato: le cinque maggiori aziende tecnologiche sono cresciute in valore del 52,8% nel primo anno di pandemia, mentre l’economia mondiale si restringeva del 3,5%.
Il capitolo più recente riguarda la tassazione, e qui l’intenzionalità politica è ancora più netta.
Con il Tax Cuts and Jobs Act di Trump, del 2017, la tassazione sui profitti prodotti negli Usa è stata fissata al 21%, mentre i guadagni generati all’estero da brevetti e software sono stati sottoposti a un’aliquota dimezzata. Un meccanismo che avvantaggia direttamente le multinazionali tecnologiche: a differenza delle imprese tradizionali, legate a sedi e impianti fisici, i colossi del tech possono spostare la proprietà intellettuale oltreconfine e dimezzare il proprio carico fiscale.
I dati ne mostrano l’impatto reale: tra il 2015 e il 2024, le sei maggiori aziende tecnologiche (Google, Amazon, Apple, Meta, Microsoft e Netflix) hanno versato in media un’aliquota effettiva del 18,8%, a fronte di aliquote teoriche medie del 29,7% negli USA e del 27% nel resto del mondo: un divario di tassazione mancata stimato in oltre 277 miliardi di dollari.
Il quadro si completa con le pressioni sull’accordo OCSE per la tassa minima globale del 15%: le minacce di ritorsioni fiscali da parte di Washington mirano a proteggere le multinazionali americane, mantenendo una corsia preferenziale rispetto ai concorrenti europei o asiatici.
Sul versante lavoro, invece, il piano per l’intelligenza artificiale varato da Trump a luglio 2025 punta sulla deregulation, giustificata con la retorica del sorpasso da evitare, vincere la corsa contro la Cina prima che sia lei a dettare gli standard: ai lavoratori propone alfabetizzazione e riqualificazione, ma nessuna tutela, né un ruolo nella contrattazione sulle decisioni di automazione.
Anche quando il Senato ha bocciato quasi all’unanimità un tentativo di bloccare per dieci anni le leggi statali sull’AI, l’amministrazione Trump ha trovato comunque il modo di aggirare quel voto per via esecutiva.
Si potrebbe obiettare che l’Europa segue una strada diversa: l’AI Act del 2024 resta la normativa più ambiziosa al mondo sull’intelligenza artificiale. Ma a poche settimane dalla scadenza originaria di agosto 2026 per i sistemi ad alto rischio, l’Unione Europea ne ha rinviato l’applicazione attraverso il Digital Omnibus. La dimostrazione che, anche dove i contrappesi normativi esistono sulla carta, al momento di incidere sui mercati vengono allentati sotto la pressione dell’industria.
L’ultimo passaggio di questo meccanismo sfrutta l’allarme sui “rischi imminenti” dell’intelligenza artificiale, lanciato proprio dai colossi del settore. Il rischio sistemico è reale, la disinformazione su scala anche, e una regolamentazione che li affronti ha una giustificazione economica solida. Più che a proteggere i cittadini però, la paura dei rischi sistemici sembra tendere a preparare regole su misura.
Da una parte, le nuove regole imporranno costi di gestione, conformità e licenze così alti che solo i colossi del cloud potranno permetterseli, bloccando sul nascere la concorrenza locale: un meccanismo di cattura del regolatore riconoscibile nelle stesse richieste di licenza per i modelli ad alte prestazioni, avanzate dalle aziende che dovrebbero esserne regolate.
Trasformare l’intelligenza artificiale da bene strumentale di proprietà a servizio erogato esclusivamente in abbonamento garantisce l’affermazione di un oligopolio. Per la classe media e il lavoro autonomo, l’effetto diretto sarà un aumento strutturale dei costi di accesso agli strumenti di produzione e una dipendenza economica perenne dai pochi fornitori di infrastruttura.
In Occidente manca persino la promessa di una redistribuzione simile a quella cinese.
L’unica proposta di reddito garantito presentata dai democratici Usa nel 2025 giace in commissione senza essere mai arrivata al voto. Anche il Parlamento europeo nel 2017 bocciò la prima proposta di tassa sui robot temendo che soffocasse l’innovazione, e da allora nessuna misura equivalente è arrivata al voto in un paese europeo, quasi un decennio di dibattito per zero misure approvate.
A proporre più insistentemente un reddito universale sono le stesse aziende che stanno concentrando il capitale, mentre i governi restano fermi: nell’aprile 2026 OpenAI ha proposto tasse sui robot e di spostare le imposte dal lavoro al capitale, avvertendo che l’AI rischia di far crollare le entrate fiscali sul lavoro a favore dei soli profitti aziendali. Eppure, il presidente e cofondatore dell’azienda, Greg Brockman, ha investito di tasca propria milioni in campagne elettorali per affossare i promotori delle leggi sulla sicurezza dell’AI. Il documento propone la redistribuzione, il denaro del suo stesso vertice lavora contro chi prova a regolamentare l’intelligenza artificiale sul serio.
La convergenza silenziosa
Due strade opposte, un solo punto d’arrivo.
In Cina la scommessa tecnologica comincia a dare frutti e la redistribuzione resta rinviata; in Occidente la concentrazione si consolida attraverso trent’anni di leggi mirate, senza nemmeno la finzione di un rinvio.
In entrambi i casi la classe media, che aveva già perso terreno durante la prima ondata tecnologica, si prepara a perderne ancora nella seconda.
Di fronte a un peggioramento così prevedibile, ci si aspetterebbe una reazione forte: proteste, rivolta, almeno un dibattito pubblico acceso su chi stia decidendo cosa. Non succede, né a Oriente né ad Occidente. E la ragione è che gli stessi sistemi che si dividono il capitale della nuova ondata tecnologica hanno affinato gli strumenti per rendere quel dissenso meno visibile, meno organizzato, meno pericoloso.
Il contenimento del dissenso
L’apparato che rende questa concentrazione politicamente sostenibile è già descritto nell’articolo “Perché il ceto medio arretra in Occidente e in Oriente)”: dal contenimento penale cinese alla criminalizzazione della protesta in Occidente, fino alla concentrazione dei media. Non serve ripeterlo qui: basta dire che la nuova ondata tecnologica non introduce un meccanismo diverso, anzi lo intensifica, perché sorveglianza e moderazione dei contenuti sono ora compiti che l’intelligenza artificiale svolge più in fretta ed economicamente di prima.
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Responsabili veri e apparenti
È una dinamica difficile da smascherare, perché sposta continuamente l’attenzione sul bersaglio sbagliato. In Cina il partito indica la sovranità tecnologica contro un Occidente ostile come la vera posta in gioco, trasformando il rinvio della prosperità comune in un sacrificio patriottico, piuttosto che in una scelta distributiva interna.
In Occidente questa distrazione si adatta al colore politico di chi governa: la guerra commerciale di Trump contro la Cina o il sovranismo europeo che promette di “fare da soli” offrono entrambi un nemico esterno a cui imputare l’impoverimento della classe media. Sul piano interno, il bersaglio più immediato diventa il migrante: per quanto l’effetto dell’immigrazione sui salari medi sia minimo, il migrante si vede ed è più facile additarlo come responsabile.
Migranti, tecnologia, globalizzazione, il nemico esterno e l’ossessione del sorpasso: sono i responsabili apparenti, quelli su cui è facile costruire un consenso e vincere un’elezione.
I responsabili veri restano la finanza e la concentrazione del capitale nelle mani di pochi, protetta dalla politica con le sue leggi su misura e da un’informazione sempre più in mano a chi quel capitale lo possiede.
Proprietari del futuro
La vera partita si gioca sul controllo dell’infrastruttura tecnologica.
A impoverire la classe media è il modo in cui l’intelligenza artificiale viene recintata e gestita, non un destino inevitabile della tecnologia.
La Cina consolida l’industria ad alta tecnologia concentrando le risorse su pochi gruppi di Stato, rinviando la prosperità comune a data da destinarsi e cancellando la concorrenza locale.
In Occidente, l’allarme sui rischi sistemici, le barriere contro i modelli open-weight e la deregulation giustificata dalla competizione con la Cina proteggono i colossi del cloud, mentre l’Europa rinvia i vincoli sotto il pressing dell’industria.
Chi sta indirizzando la rivoluzione dell’intelligenza artificiale non si limita a blindare una rendita di posizione: sfrutta le emergenze politiche e i nemici di comodo per distrarre la classe media, tentando di chiudere a chiave gli strumenti di produzione del futuro.
– di Paola Furlan e Andrea Mazzucchi
Note
- Linux fa girare circa il 90% dei carichi di lavoro sul cloud pubblico di AWS, Google Cloud e Azure (Fortune Business Insights, Linux Operating System Market Report) e il 100% dei supercomputer nella classifica TOP500. Python, il linguaggio più usato per addestrare i modelli di intelligenza artificiale, segue la stessa logica: sviluppo collettivo, licenza libera, nessun proprietario.
