La sindrome dell’orticello nell’era digitale

Lo spopolamento dei borghi e l’imbarazzo della cultura progressista di fronte al digitale nascono dalla stessa ferita: il tramonto dei due poteri, la terra e la scrittura. Mentre si discute di case a un euro e ‘restanza’, l’intelligenza artificiale ridisegna i rapporti di forza e di produzione, gli spazi e i tempi di vita, accelerando l’arretramento del ceto medio in città come in campagna.

borgo

La sindrome dell’orticello nell’era digitale

Vivo in un borgo di 31 abitanti da alcuni anni, non per vacanza, pensione o pendolare: non seconda casa, ma prima vita.

Ho letto Raimo, Arminio, Fioretti, Teti, Rizzo, Santilli, Barbera, Bindi, Tantillo e la lunghissima lista di studiosi, docenti e opinionisti evocati nel dibattito sullo spopolamento delle aree interne. C’è chi analizza con rigore il divario infrastrutturale e chi sublima il vuoto (condivido certamente più i primi, anche se spesso formulano soluzioni che guardano indietro, a uno Stato assistenziale del Novecento o bandi a pioggia).
La stragrande maggioranza degli autori vive e lavora in grandi città o centri urbani principali, sono pochissimi quelli che risiedono stabilmente in aree interne, rurali o centri minori. E, tranne i politici citati (praticamente tutti di destra), i più sono di area democratica e progressista (saggisti, giornalisti, ricercatori, docenti universitari, antropologi, sindacalisti).

La sindrome dell’orticello

Ma al di là dei dati, volevo dire, a pelle, questo: sia le aree rurali che la sinistra soffrono la sindrome dell’orticello.
Letterale i primi (la difesa dell’agricoltura, della terra, dell’economia rurale tradizionale), metaforica i secondi (la scrittura, come linguaggio e pensiero, strumento economico e di potere): due ritirate che oggi si incontrano sullo stesso terreno, quello ridisegnato dal digitale e dall’intelligenza artificiale.

Il mantra del buon tempo andato, del com’era una volta, dei valori tradizionali; il sostanziale rifiuto, snobismo o allarmismo della tecnologia. Due ideologie che finiscono (o iniziano) per condensarsi in un lessico condiviso: da una parte slow food, km0, paesaggismo, restanza, patriottismo dolce, paesologia, alberghi diffusi, sagre e case a un euro; dall’altra sacralità analogica, paternalismo dell’intellighenzia, liturgia della parola scritta, superiorità e monopolio del sapere.

Una convergenza tutt’altro che casuale: il sintomo di una doppia ritirata.
Per come la vedo io è la convergenza di due contrazioni storiche: il crollo, in tempi diversi, di due grandi pilastri della civiltà. Prima il declino della terra come risorsa economica primaria e, oggi, quello della ‘scrittura’ come linguaggio e tecnologia cognitiva e di potere, progressivamente sostituita dalla rivoluzione digitale. A questo declino, la conseguente eclissi delle rispettive professioni e ruoli: contadino, artigiano, ceramista, casaro, pastore, bottegaio, medico di base; impiegato, contabile, amministrativo, redattore, cassiere, grafico, maestro, intermediario, bibliotecario…

L’orticello reale

L’orticello reale, quello agricolo, rappresenta ormai una quota irrisoria del PIL nella quasi totalità dei paesi sviluppati. Ciononostante, viene costantemente agitato come un feticcio identitario. La narrazione del “ritorno alla terra” e del borgo incontaminato trasforma la produzione agricola di sussistenza in una caricatura estetica, spalancando le porte a un turismo nostalgico e di nicchia fondato sulla simulazione di forme di vita arcaiche. Si vende all’ospite urbano l’illusione di un’immersione temporanea in un passato idealizzato (la mietitura manuale, il pane nel forno a legna, il ritmo lento, la ceramica artigianale, l’arte povera, i festival che usano rovine e vicoli spopolati come scenografia per installazioni temporanee e residenze d’artista…), scambiando lo spopolamento e la desertificazione per autenticità culturale. Spacciare la nostalgia del km0 per una strategia economica significa condannare i territori a trasformarsi in parchi tematici dove i residenti finiscono per fare le comparse del proprio passato pur di intercettare qualche risorsa marginale ad uso e consumo delle classi urbane.

L’orticello metaforico

D’altra parte, l’orticello intellettuale si arrocca sulla difensiva. Gran parte dell’egemonia culturale di matrice progressista – pur con le dovute eccezioni – ha perso il contatto con i processi materiali del capitale e della produzione, si è ritirata nel recinto della civiltà alfabetica. Come insegna la lezione di Ong, McLuhan, Lévy e de Kerckhove, la scrittura non è mai stata un semplice supporto per le parole, ma l’architettura psicotecnologica che ha strutturato lo Stato moderno, la legge, la burocrazia e la sfera pubblica. Oggi il mondo fondato sulla sequenzialità della pagina stampata sta cedendo il passo all’ambiente digitale – inteso non come mero strumento informatico, ma come nuovo linguaggio, architettura cognitiva, economica e di potere, spazio informativo integrato – e l’avvento dell’intelligenza artificiale completa il quadro. Di fronte a questo, la risposta prevalente oscilla così tra lo snobismo e l’allarmismo luddista.

Illusione identitaria

Il punto di fusione di questi due vicoli ciechi è precisamente la sacralizzazione del mondo antico: quello agricolo per l’uno, quello alfabetico per l’altro. L’intellettuale urbano usa il proprio antico potere, la scrittura, per consacrare l’antico potere della campagna, elevando l’assenza di servizi pubblici, la mancanza di infrastrutture e l’isolamento a virtù morali e reliquie. Un’operazione consolatoria che fa un enorme favore allo status quo: invece di reimpostare, in campagna come in città, nuove forme di economia, politica, socialità, gestione dei beni comuni, infrastrutture digitali e servizi di rete, si offre: ai residenti rurali la solenne poesia dell’autenticità; ai cittadini pre-digitali la difesa di una rendita di posizione, egemonia culturale e politica che sta ormai scivolando di mano, o alla peggio il miraggio della pensione e del sussidio simbolico.
È esattamente questa poesia dell’autenticità che la destra identitaria intercetta e trasforma in consenso, offrendo radici e piccola patria dove mancano welfare e infrastrutture.

Coltivare il proprio recinto (reale o metaforico) offre un vantaggio immediato e seducente: regala un’illusione temporanea di sicurezza, superiorità morale e appartenenza identitaria. Per il mondo rurale è la certezza di essere i custodi dell’autenticità contro il degrado moderno; per l’intellettuale cittadino è il privilegio di sentirsi custode del pensiero critico contro la barbarie digitale. È una nicchia confortevole, ma è una trappola.

Oltre il recinto

Vivendo in un borgo di 31 abitanti so che nostalgia e illusioni non pagano le bollette e non curano le malattie.

Rifiutare la tecnologia e la complessità contemporanea per rifugiarsi nell’ideologia dell’orticello (reale o metaforico) significa regalare il governo dell’economia presente e futura, per lo più digitale, ai monopoli privati, e la rappresentanza delle aree interne alla destra identitaria, col rischio di restare residuali, in città come in campagna.

Se le aree rurali e la critica progressista vogliono tornare a contare ma soprattutto a vivere e non spopolarsi, devono smettere di contemplare il perimetro del proprio recinto e iniziare a disputare l’unica vera partita rimasta: la governance delle infrastrutture fisiche e digitali del presente.

Nessuno ha bisogno dell’ennesima lezione di rigenerazione rurale scritta nelle aule di una università metropolitana.
Il paradosso è che la sinistra alfabetica discute su come salvare i borghi, mentre la transizione digitale e l’intelligenza artificiale stanno smantellando la sua stessa funzione storica, accelerando – dopo la crisi dell’agricoltura – ora anche il declino del ceto medio tout court, la dequalificazione del lavoro cognitivo e, a breve, di quello manuale.

Campagne e città, contadini, operai, artigiani, commercianti, colletti bianchi e intellettuali condividono ormai la stessa vulnerabilità di fronte ai processi materiali del capitale e dell’automazione. Continuare a coltivare il proprio recinto è la sindrome dell’orticello che accelera il declino comune.

– di Paola Furlan

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