Il salario vitale

In Cina si discute di salario vitale, reddito di base, pensione universale e responsabilità sociale delle imprese. Risposte non legate a generosità improvvisa, ma al fatto che il rischio tecnologico ha smesso di essere prevedibile per categoria e il welfare mirato non sa più chi proteggere.

Il salario vitale

Il salario vitale.
Il 19 giugno, sulla prima pagina del giornale della Scuola centrale del Partito comunista cinese, Cai Fang parla di transizione dal salario minimo (2.740 yuan al mese a Shanghai, il più alto del paese) al salario vitaleshenghuo gongzi: non più quanto un’azienda può permettersi di pagare senza perdere competitività, ma quanto serve davvero a chi lavora per vivere con dignità. Si tratta sempre di un salario, dunque legato a chi un lavoro ce l’ha ancora. A questo affianca poi un reddito di base universale (che invece prescinde dal lavoro e spetterebbe a tutti), una pensione di base non contributiva per tutti gli anziani, e una terza redistribuzione: la responsabilità sociale delle imprese.

Cai Fang è membro dell’Accademia Cinese delle Scienze Sociali, presidente del China Finance 40 Forum, consulente della Banca Mondiale sull’occupazione, membro del Comitato di politica monetaria della Banca Centrale cinese e del Comitato dell’Assemblea Nazionale del Popolo. Non certo un outsider.

Previsioni impossibili

Nel suo libro, Cai Fang avverte che l’economia da sola non basta: servono anche uno sguardo demografico-storico, uno sociologico sulla mobilità sociale e uno filosofico sul valore dello sviluppo umano. Richiama Friedman, secondo cui il compito dell’economia è prevedere il futuro: proprio quello che oggi, dice Cai Fang, non sa più fare, perché le eccezioni sono diventate così frequenti da essere ormai la regola.
Poi spiega le due fasi dell’automazione.

Le due fasi dell’automazione

Nella prima, quella in cui siamo, l’intelligenza artificiale crea e distrugge lavoro in modo asimmetrico: elimina posizioni a basso capitale umano, ne genera altre a capitale umano più elevato, e chi possiede quel capitale (chi lo produce o innova, non chi si limita ad adottare la tecnologia altrui) guadagna sistematicamente di più di chi ne è privo.
Nella seconda fase, che Cai Fang giudica ormai plausibile, agenti AI, intelligenza incarnata e robotica sostituiscono la gran parte dei lavori umani. Così, la differenza di competenze tra individui smette di essere la variabile che decide chi lavora.
Ma per capire questo cambiamento, dice Cai Fang, l’economia deve abbandonare tre idee date finora per scontate: i benefici della crescita non si redistribuiscono da soli (contro quanto sostiene Marc Andreessen in Occidente, lo sgocciolamento); i rendimenti nell’economia digitale non calano aumentando la scala, ma crescono, aprendo a monopoli; e la tecnologia di solito nasce per risparmiare una risorsa scarsa, mentre l’IA non risponde a una scarsità precisa (il lavoro cognitivo non lo era), le scioglie tutte insieme.

Nella prima fase, prosegue Cai Fang, investire nelle persone vuol dire rendere alcuni più competitivi sul mercato del lavoro. Nella seconda fase, invece, investire nelle persone significa metterle in gara diretta con l’intelligenza artificiale, e cambia la posta in gioco: prima si trattava di guadagnare di più, ora di sapere se il proprio posto di lavoro sopravvivrà.

Visto così, il salario vitale non è più solo un gesto di generosità improvvisa. Le Istituzioni del lavoro sono nate per tenere sotto controllo il datore di lavoro: qualcuno che si può identificare, con cui si può trattare, che si può punire se sbaglia.
Oggi, scrive Cai Fang, bisogna confrontarsi con chi detiene “mezzi tecnologici quasi onnipotenti”, e soprattutto diventa impossibile sapere in anticipo quale titolo di studio, quale competenza, quale settore metterà un lavoratore al riparo dal contraccolpo dell’automazione.

È questa impossibilità di previsione, più che un principio di giustizia, a spingere verso il salario vitale: se non si può più proteggere le persone in base al lavoro che fanno, si prova a proteggerle comunque, a prescindere da quello.

A ciascuno secondo il bisogno

Chi decide e chi subisce: una linea fragile

Il 28 aprile 2026, il tribunale di Hangzhou rende pubblico il caso di un responsabile del controllo qualità su contenuti generati da AI che percepiva uno stipendio 25.000 yuan e che si vede proporre un demansionamento a 15.000 perché l’AI fa ormai il suo lavoro. Lui rifiuta e viene licenziato. Arbitrato, primo grado, appello: gli danno sempre ragione, risarcimento oltre 260.000 yuan. Il motivo: usare l’AI per tagliare i costi è una scelta dell’azienda, prevedibile e voluta, non uno di quei mutamenti oggettivi (una fusione, la forza maggiore) che la legge cinese richiede per licenziare qualcuno.

A Guangzhou, nel 2024, un caso quasi identico (un grafico sostituito da un generatore di immagini) finisce con la stessa sentenza. Il giudice spiega però perché la protezione regge: oggi l’AI non sostituisce ancora davvero i lavori umani, e per questo usarla per licenziare qualcuno non vale come causa di forza maggiore.
Cai Fang avverte però che quella fase sta finendo: quella in cui l’AI sostituisce davvero il lavoro umano è già cominciata (e dunque la stessa sentenza, nella seconda fase, darebbe ragione all’azienda, non al lavoratore).

Allineamento

Cai Fang usa la parola “allineamento“, lo stesso termine con cui si parla di sicurezza dei sistemi di AI. Lo applica però all’intera economia: non per impedire che l’AI distrugga lavoro (sta già succedendo), ma perché la creazione di posti superi la distruzione, e perché tagliare personale smetta di essere il modo scontato per aumentare la produttività.

“La creazione di lavoro può correre più veloce della sua distruzione”.

L’idea è che un sistema complesso si può orientare verso un obiettivo deciso in anticipo, invece di aspettare che qualcosa vada storto per poi correggerlo.
In pratica, Cai Fang propone cinque mosse: regole che orientino l’AI al bene comune, Istituzioni del lavoro e protezione sociale aggiornate, piattaforme AI usate per creare lavoro e non solo per tagliarlo, nuove forme di capitale umano e una condivisione più equa dei guadagni di produttività.

I numeri

La questione si pone adesso, e non tra qualche anno, per via dei numeri allarmanti che Cai Fang stesso cita. Quest’anno si affacciano sul mercato 12,7 milioni di neolaureati, un record secondo il Ministero dell’Istruzione, e la disoccupazione giovanile resta sopra la media. Allo stesso tempo, posti vacanti e disoccupazione crescono insieme invece di compensarsi: se chi perde il lavoro si spostasse verso i settori dove ce n’è, i posti vacanti si svuoterebbero. Il fatto che restino alti entrambi vuol dire che questo passaggio si è bloccato.
C’è poi l’hukou: un sistema di residenza che decide dove hai diritto a scuola, sanità, pensione (di solito la città o il villaggio dove sei registrato dalla nascita). Se ti trasferisci altrove per lavorare, quei diritti non ti seguono: una versione interna dello stesso meccanismo per cui un permesso di soggiorno rigido limita un migrante in Occidente, solo che qui il confine da attraversare è dentro il paese, non tra due paesi. Risultato: chi è in eccesso in un posto non può spostarsi facilmente dove servirebbe, proprio quando la mobilità sarebbe la soluzione.

convergenza divergenza

Convergenza/Divergenza

La stessa domanda, se un sistema riesce ad adattarsi in tempo o resta bloccato dalle sue rigidità, si pone anche su scala più larga, tra paesi invece che dentro un solo paese. Allargare lo sguardo aiuta a capire perché questo non riguardi solo la Cina.
Gli economisti hanno un modo per descrivere due esiti opposti della storia economica: quando i paesi poveri recuperano terreno su quelli ricchi, si parla di convergenza (è successo con la globalizzazione, Cina in testa); quando il divario si allarga, invece, si parla di divergenza (è successo con la rivoluzione industriale).

La tesi di Cai Fang è che quale delle due produrrà l’AI dipende da quanto ogni paese è preparato, non dalla tecnologia in sé.
Il Fondo Monetario Internazionale prova a misurare questa preparazione con un indice, e la Cina risulta 31^ assoluta, più in alto di quanto il suo reddito farebbe pensare. Ma su un aspetto specifico, le regole, scende al 41° posto: il suo punto più debole. La Cina sa dove sta andando meglio di quanto sappia come regolarlo.
Ed è proprio a questo vuoto che il salario vitale prova a rispondere.

A ciascuno secondo il bisogno

Secondo Simone Pieranni, questi segnali danno al Partito la giustificazione teorica per garantire non più lo sviluppo, ma che i benefici dello sviluppo arrivino alla società. Riporta un testo di Cai Fang in cui dice che la Cina dovrebbe passare dal principio a ciascuno secondo il lavoro, a ciascuno secondo il bisogno.

prosperità

Abbiamo il diritto di immaginare questa possibilità

In realtà, Cai Fang oltre a Marx cita anche Keynes che, nel 1930, aveva ipotizzato un futuro di abbondanza.

“Quando la produttività del lavoro sarà sufficientemente elevata, ci sarà uno sviluppo umano completo e le persone saranno disposte a fare cose anche senza essere pagate. Keynes aveva immaginato questa possibilità, ma oggi, più che mai, abbiamo il diritto di immaginarla”.

La creazione di lavoro può correre più veloce della sua distruzione

L’imprevedibilità fa saltare il welfare

La Cina è il primo paese a doversi scontrare con questo problema, perché qui la pressione tecnologica sul lavoro è più forte che altrove. Ma il problema riguarda ogni società che ha costruito la propria stabilità sulla promessa della crescita.
Il welfare di solito funziona così: si individua chi ha bisogno, si verifica, si esclude il resto. Ma se il rischio tecnologico non si può più prevedere per categoria, ecco che questo meccanismo protegge sempre meno persone, proprio mentre il bisogno di protezione cresce.

Il problema vero è la conoscenza: non sappiamo più, in anticipo, chi sarà colpito.

La posta in gioco non riguarda solo la Cina ma ogni sistema di welfare che protegge le persone selezionandole per categoria, cioè quasi tutti i sistemi che l’Occidente conosce.
Il giudice di Hangzhou ha potuto proteggere quel lavoratore perché, come ha scritto lui stesso, l’AI non sostituisce ancora in modo sostanziale i posti di lavoro: una finestra temporanea che lo stesso Ministero delle Risorse Umane cinese ammette di voler colmare con linee guida, proprio perché sa che si chiuderà presto.
Il giorno in cui quella premessa cadrà, cadrà con lei la distinzione giuridica che oggi protegge chi viene licenziato per fare posto a un modello linguistico.
È a questo che punta il salario vitale: una rete che protegga le persone a prescindere dal motivo per cui perdono il lavoro, prima che serva un tribunale a deciderlo.

prosperità comune

Esplorare vie efficaci verso la prosperità comune

Pechino, per ora, si limita a porre la domanda, e lo fa nella sede che meglio le permette di farlo: il giornale della Scuola del Partito, dove un’ipotesi resta un’ipotesi, non ancora l’ammissione che il patto tra crescita e stabilità sociale sta cedendo.
Xi Jinping qualche mese fa ha detto:

“Bisogna rispondere a come realizzare un’occupazione piena e di qualità, come aumentare il reddito di residenti urbani e rurali, come esplorare vie efficaci verso la prosperità comune”.

Attendiamo vie efficaci verso la prosperità comune, in Oriente come in Occidente.

– di Paola Furlan

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