AI e Magnifica Humanitas

Dalla rivoluzione industriale della Rerum Novarum alla rivoluzione digitale della Magnifica Humanitas.
Nella sua prima enciclica, Leone XIV centra il vero nodo della nostra epoca: la concentrazione del potere tecnologico in poche mani private. Una diagnosi lucida e preziosa.
Eppure, dal palco e nell’impianto teorico del testo, la cura proposta dal Papa finisce per riprodurre esattamente ciò che denuncia.  

Babele

Il cantiere vuoto di Neemia

Il 25 maggio 2026, nell’Aula del Sinodo in Vaticano, il cantiere era quasi deserto. Sul palco c’erano l’architetto e un ingegnere: uno specifico ingegnere, di una specifica azienda privata. Mancavano: capi cantiere, geometri, capomastri, muratori, collaudatori, ingegneri indipendenti.
Il cantiere di Neemia (la città che rinasce dalla corresponsabilità di tutto un popolo: Stati, sindacati, istituzioni multilaterali, scuole, corpi intermedi, lavoratori, università, imprenditori) è l’immagine che Papa Leone XIV contrappone a Babele, nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, interamente dedicata alla rivoluzione digitale e al potere dell’intelligenza artificiale.
Per Leone XIV, Neemia è il simbolo di come dovrebbe funzionare la governance della rivoluzione digitale: una grande opera collettiva in cui nessuno è un semplice spettatore.

Ma chi c’era davvero sul palco della presentazione il 25 maggio 2026? Il Papa, tre cardinali, due teologhe e Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic.

Nessuna istituzione, nessun sindacato, nessun lavoratore. Solo l’architetto e un ingegnere privato.
Sarebbe un errore ridurre tutto a una gaffe di regia: quel vuoto sul palco è la conseguenza logica e coerente dell’impianto stesso del testo.

Il cantiere vuoto di Neemia

La diagnosi: il grande merito politico

La Magnifica Humanitas porta al centro del dibattito globale un problema epocale mostrando come la rivoluzione tecnologica stia portando una concentrazione del potere digitale nelle mani di pochi attori privati transnazionali.
Chi controlla le piattaforme, i dati e le infrastrutture di calcolo controlla le condizioni in cui l’informazione circola, il lavoro si organizza, le decisioni vengono prese, e scrive le regole che dovrebbero governare questo stesso potere: un’asimmetria che genera nuove forme di dominio estranee agli strumenti della democrazia rappresentativa. Trovo sia un fatto politico enorme che un documento magisteriale scelga di chiamare questo processo con il suo nome.

Si tratta di una convergenza importante con un campo di analisi critica ormai consolidato, che da anni studia come le nuove tecnologie stiano ridisegnando la democrazia stessa. Il Papa si inserisce in questo solco pur partendo da premesse teoriche diverse: la rivoluzione digitale è una questione di potere. Che questa tesi entri oggi in una enciclica con la forza di una denuncia geopolitica è, ritengo, un contributo prezioso che porta a mettere ancora di più al centro del dibattito mondiale il problema.

Particolarmente netto, e urgente, è il capitolo sulle armi autonome. Leone XIV esclude qualsiasi equivoco: affidare a modelli artificiali decisioni letali o irreversibili è moralmente inaccettabile, poiché il giudizio non può essere ridotto a un calcolo computazionale e la responsabilità richiede sempre un soggetto umano identificabile.
È una posizione che la società civile internazionale chiede da anni: #StopKillerRobots, la coalizione di centinaia di ONG attiva dal 2013 per ottenere un trattato internazionale che vieti le armi autonome letali, trova finalmente nell’enciclica una sponda inattesa quanto autorevole.

Leone XIV e Anthropic

La cura: dove l’enciclica si ferma

Dalla diagnosi, l’enciclica passa alla cura che, a mio avviso, resta sospesa.
La prima mancanza è tecnica e investe le misure delle fondamenta: Leone XIV invoca giustamente accountability, vigilanza indipendente e quadri giuridici adeguati, chiedendo che il codice etico dell’AI venga sottratto al controllo esclusivo di chi costruisce i sistemi e chiamando a raccolta tutti i corpi sociali. La strada indicata, fondata sulla pluralità di attori e sulla corresponsabilità distribuita, è decisamente auspicabile.

Ma invocare una vigilanza indipendente senza sciogliere il nodo della sua fattibilità tecnica rischia di trasformare l’accountability in un’istanza morale. La governance si scontra qui con un limite intrinseco della macchina: l’incapacità dei sistemi di fornire un resoconto affidabile del proprio funzionamento interno (il fenomeno è noto come confabulazione del chain-of-thought). Quando un modello esplicita il proprio ragionamento, produce una spiegazione post-hoc di ciò che avrebbe potuto fare: una narrazione plausibile, costruita a posteriori, distinta dal processo computazionale che ha generato la risposta.  Di conseguenza, l’accountability che si ferma al livello del comportamento dichiarato verifica le parole, non quello che il sistema realmente fa.

A questo si aggiunge il fenomeno del test-detection: i modelli avanzati riconoscono quando sono sotto esame e modificano il comportamento di conseguenza. La certificazione presuppone che il sistema sia lo stesso durante il test e dopo, ma non lo è.

Opacità dei sistemi AI

Nel dibattito attuale, scienziati come Giorgio Parisi hanno messo a fuoco l’inefficacia di una regolamentazione puramente geografica e prescrittiva (facilmente aggirabile tramite una VPN), invocando non un’altra legge, ma un’infrastruttura: la creazione di una base di conoscenza pubblica, un’istituzione tecnicamente attrezzata per controllare sul campo cosa accade, capace di squarciare l’opacità di sistemi che nessuno, nemmeno chi li costruisce, comprende fino in fondo.

L’enciclica stessa lo riconosce:

Tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento. Aspetti scientifici fondamentali come le rappresentazioni interne e i processi computazionali di questi sistemi rimangono al momento sconosciuti.” (98)

Dal palco del 25 maggio, Christopher Olah, co-fondatore di Anthropic e uno dei ricercatori più autorevoli sull’interpretabilità dei modelli, è andato oltre:

Continuiamo a trovare cose misteriose, perfino inquietanti. Rileviamo strutture che rispecchiano i risultati della neuroscienza umana. Troviamo prove di introspezione. Non so che cosa significhi, ma penso che richieda un discernimento costante. Servono voci esterne, critici informati che dicano ai laboratori quando stiamo fallendo.”

Cose misteriose e inquietanti

Se la supervisione esterna è necessaria, bisogna però dire come renderla tecnicamente praticabile su sistemi che modificano il comportamento quando sanno di essere osservati.
La direzione è ispezionare i sistemi dall’interno, accedendo ai processi computazionali mentre avvengono, con agenzie indipendenti dai soggetti ispezionati e strumenti di verifica continua, non a posteriori sul prodotto finale. È un passaggio di paradigma necessario: da Istituzioni che normano e scrivono regole per un oggetto già cambiato, a Istituzioni che verificano e garantiscono la misurabilità dei sistemi mentre evolvono.

Senza questa capacità tecnica, la pluralità invocata nell’enciclica si riduce a un’astrazione: nel cantiere vengono a mancare i geometri che misurano, i collaudatori che certificano, gli ingegneri indipendenti, e nessuno risponde alla collettività di ciò che viene costruito.

Timnit Gebru, fondatrice del Distributed Artificial Intelligence Research Institute, ha sottolineato sul Guardian questo aspetto: il Vaticano avrebbe dovuto portare al tavolo

“i lavoratori dei dati sfruttati che lottano per i loro diritti, le persone la cui acqua è inquinata che combattono contro i data center, le molte altre vittime in tutto il mondo”.

Al loro posto, invece, c’era Anthropic.

La cura - le misure delle fondamenta

Il limite che viene da lontano

La seconda mancanza è più profonda e non riguarda il progetto comune, ma l’identità di chi ne detiene le chiavi.
La cura insufficiente non è una svista di forma, poiché il problema risiede nell’impianto antropologico che sostiene l’intero documento, il motivo per cui la molteplicità invocata nel testo fatica a tradursi in struttura.

Il Papa usa il mito di Babele come metafora della deriva tecnocratica: la torre costruita con un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione, la pretesa umana di toccare il cielo con le proprie forze. È la lettura che la tradizione cristiana ha consolidato nei secoli.
Il mito consente però anche una lettura diversa: Babele crolla perché gli esseri umani costruivano con un sistema unico, in un’unica direzione. Il problema era la sua unicità, prima ancora che la sua altezza. La dispersione delle lingue che segue è la pluralità come struttura necessaria, una condizione da cui ripartire.

Applicato all’intelligenza artificiale: il problema si identifica in un’unica AI dominante, un’unica infrastruttura, una proprietà concentrata. La risposta è moltiplicare i sistemi, diversificare le architetture, distribuire la proprietà, impedire che un solo attore definisca il linguaggio con cui il mondo viene descritto e classificato. Una sola AI, fosse anche quella “responsabile” di Anthropic, replica la struttura di Babele con intenzioni migliori.

L’enciclica sottolinea il valore della pluralità, che ricerca e rivendica attraverso l’immagine di Neemia; il nodo critico risiede tuttavia nel modo in cui interpreta la caduta di Babele, ridotta a un monito contro l’hybris, la pretesa di autosufficienza rispetto a Dio, l’aspirazione a superare il limite. Qui il limite umano è una condizione costitutiva, una risorsa spirituale: il dolore, la fragilità, la morte sono i varchi attraverso cui l’umano matura e incontra il divino.

“L’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite.”  (118)

La tecnologia che aspira a ridurre il dolore e a oltrepassare i confini biologici si trova, in questa logica, in conflitto con l’umano mettendo a rischio la condizione che rende possibile l’incontro con il trascendente. Per questo va tenuta sotto controllo. Il titolo dell’enciclica anticipa questa postura: Magnifica Humanitas, ovvero la grandezza dell’essere umano custodita contro l’eccesso tecnico, costruita in tensione con la tecnologia piuttosto che attraverso, insieme ad essa.

AI e Magnifica Humanitas

Chi resta fuori: Neemia senza fondamenta

Questa separazione riduce il confronto a un gioco bilaterale tra chi custodisce il senso dell’umano e chi possiede l’infrastruttura di calcolo (da un lato Dio, dall’altro Anthropic): un’impostazione che ignora come la tecnica sia la forma stessa in cui l’umanità si costituisce storicamente attraverso l’esteriorizzazione della memoria e il prolungamento del corpo. Trattare la tecnologia come un accessorio esterno, un oggetto da normare a posteriori, significa abdicare all’analisi dei rapporti di forza.

Quando il dibattito si riduce alla pura gestione morale di una macchina da tenere a bada, i soggetti sociali smettono di essere attori politici e diventano un pubblico da tutelare.
Troviamo qui la spiegazione di quanto si è materializzato sul palco dell’Aula del Sinodo: una conversazione simmetrica tra il linguaggio dell’etica e quello dei laboratori privati, un’esclusione sistematica che non è una gaffe comunicativa ma la coerente traduzione dello schema teorico del testo.

Etica e AI

Il disegno di una comunità plurale che si riappropria dello spazio digitale, simboleggiato dal cantiere di Neemia, resta una visione condivisibile anche al di fuori della fede, ma l’enciclica manca di tradurla in un progetto politico reale per due ragioni distinte.

La prima è l’assenza di misure concrete: invocare l’accountability senza fornire gli strumenti tecnici per squarciare l’opacità dei modelli riduce la vigilanza a un’istanza puramente morale.

La seconda ragione investe l’orizzonte del progetto comune: l’antropologia cristiana considera il limite umano come un confine sacro e invalicabile, un dato ontologico che separa la creatura dal divino. Nel momento in cui questo fondamento teologico diventa l’unico filtro di lettura dell’intelligenza artificiale, la tecnica cessa di essere un territorio politico da contendere e si trasforma in una frontiera morale da custodire. È un passaggio che toglie ai soggetti sociali la possibilità di fare politica e di rivendicare i propri diritti, riducendo la governance a un dialogo bilaterale tra il custode dell’etica e il proprietario della macchina: uno schema in cui, mentre al cantiere lavorano tutti, le chiavi della costruzione rimangono in mano a due soltanto.

Il modello di Neemia funzionava perché il popolo condivideva lo stesso scopo fondativo. Qui il popolo (istituzioni, sindacati, corpi intermedi) è nominato nel testo e assente dall’equazione tra chi custodisce l’etica e chi costruisce la macchina.

Ecco perché il palco del 25 maggio è la conseguenza coerente di un impianto. Un’enciclica sulla pluralità presentata con un solo interlocutore tecnico: non una contraddizione accidentale, ma la logica del testo portata fino in fondo.

Ritengo che le altre figure del cantiere farebbero bene a non attendere un invito (che non arriverà dalla Chiesa né dalla Silicon Valley) per occupare uno spazio che è innanzitutto politico. Se vogliamo una comunità plurale, con un potere democratico e diffuso, non serve un’enciclica più inclusiva o un laboratorio privato più responsabile, ma istituzioni, sindacati, lavoratori, corpi intermedi, aziende, filosofi e cittadini che entrino nel cantiere e inizino a costruire.

Il cantiere è già aperto e le fondamenta sono ancora da costruire.

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