Dovremmo fare più attenzione anche noi.
Il 17 febbraio 2026, il Parlamento Europeo ha disabilitato le funzioni di Intelligenza Artificiale integrate nei tablet dei parlamentari. Il motivo è semplice: non è ancora ben chiaro dove vanno a finire i dati e le informazioni che ognuno condivide con l’AI.

Probabilmente hai già dato a Google accesso completo alla tua posta, alle tue chat e ai tuoi file. Senza saperlo.
Quando un assistente AI riassume una tua email o completa una frase mentre scrivi, quella elaborazione non avviene sul tuo dispositivo. Il testo viene inviato a un server esterno dove viene processato e in alcuni casi conservato. Che il server stia in Europa, USA o altrove, cambia poco: il CLOUD Act del 2018 obbliga le aziende tecnologiche americane (Google, Meta, Microsoft, Apple) a consegnare i dati degli utenti alle autorità statunitensi su richiesta, ovunque quei dati siano fisicamente conservati. I dati elaborati dall’AI non spariscono: vengono conservati sui server dell’azienda e ricadono quindi nella stessa logica.
E casi recenti lo confermano: nel 2025 le autorità USA hanno ottenuto da Google, Meta e Reddit dati su propri utenti tramite richieste amministrative, senza passare da un giudice. Non riguardava l’AI, ma il meccanismo legale che lo ha reso possibile è lo stesso.
Il consenso che non sapevi di aver dato
Apri Gmail e vai nelle impostazioni. Trovi almeno cinque opzioni legate all’AI, attivate in modo progressivo. Le prime tre – il completamento automatico delle frasi, i suggerimenti di risposta, la personalizzazione in base alle tue email passate – sono già accese per default, senza che tu abbia mai dato un consenso esplicito. Le ultime due vanno oltre: una autorizza Google a collegare automaticamente le tue email con Calendar, Maps e altri servizi; l’altra permette a Gemini di cercare e analizzare tutto ciò che hai in Gmail, Drive e Docs.
In Europa queste funzioni più ampie sono disattivate per default, mentre fuori dall’Europa risultano già attive. Però il meccanismo per ottenere il consenso è presentare queste opzioni come semplici funzioni utili, comodità integrate in strumenti già in uso, contando sul fatto che quasi nessuno si rende conto davvero di cosa comportano.

Google non è sola: l’AI è già dentro gli strumenti che usi ogni giorno
Il fenomeno non riguarda solo Google. Microsoft Copilot è integrato in Word, Excel, Outlook e Teams, e nelle versioni recenti di Windows 11 direttamente nel sistema operativo, con accesso a email, documenti e calendario. Apple Intelligence, su iPhone e Mac aggiornati, elabora i contenuti di Mail, Note e Safari, delegando alcune funzioni a server esterni tramite OpenAI. Meta AI è integrato in WhatsApp, Instagram e Messenger, e legge il contesto delle conversazioni per generare risposte e suggerimenti. Tutti strumenti che leggono e analizzano ciò che scriviamo ogni giorno – email, documenti, messaggi, form – spesso senza che l’utente lo percepisca come una condivisione di dati.

La differenza tra conservare un dato o trasformarlo
Quando usiamo deliberatamente un assistente AI – chiediamo a Gemini di riassumere un documento, o a ChatGPT di rispondere a una domanda – sappiamo di stare condividendo qualcosa. Mentre quando usiamo strumenti che già abbiamo, come Gmail o Word, non ci rendiamo spesso conto che nel frattempo l’AI sta leggendo, analizzando e trasformando i nostri contenuti in background.
C’è differenza, infatti, tra conservare un dato e lavorarlo. Quando la tua posta sta su Gmail, Google la custodisce per consentirti di usarla: il dato è fermo. Quando le funzioni AI sono attive, quei contenuti vengono elaborati attivamente: letti, incrociati, usati per costruire suggerimenti e profili sul tuo comportamento. Il dato non è più fermo: diventa la materia prima per costruire qualcosa di nuovo su di te. Qualcosa che può restare, essere usato e condiviso anche dopo che l’email originale è stata cancellata.
Quando fidarci o meno dell’AI, su quali dati e informazioni, deve essere una scelta. Una scelta consapevole.
