Arte, corpi e intelligenza artificiale

L’AI non ha corpo, quindi non può fare arte?
Tre ragioni per cui questo argomento non regge.
Il dibattito è esploso dopo le posizioni di Wu Ming e Loredana Lipperini (ben messe in discussione da Alberto Puliafito), secondo cui l’intelligenza artificiale non può creare vera letteratura perché manca di esperienza incarnata, di un corpo che vive, soffre, desidera.
Il confine tra arte e non-arte passerebbe dunque dalla carne, dal vissuto biologico dell’autore.
Ma se davvero fosse così, dovremmo riscrivere l’intera storia dell’arte del Novecento. E non solo.

Prima ragione: l'arte è sempre stata trascendenza del corpo, non sua celebrazione.
L’arte non nasce dal corpo: lo supera.
Àncorare la letteratura all’esperienza fisica dell’autore misconosce l’essenza stessa dell’immaginazione: la capacità di liberarsi dalla gabbia biologica.
Dante non ha visitato l’Inferno, Swift non è mai stato a Lilliput, Carroll non è caduto nella tana del Bianconiglio. L’arte sacra orientale e occidentale raffigurano il divino senza averlo incarnato. Il Romanticismo, il Simbolismo, il Fantasy, la Mitologia: tutta la letteratura che trascende il vissuto immediato dovrebbe essere esclusa?
La fisicità non è mai stata condizione necessaria della creazione artistica.
Difendere il contrario oggi suona più come difesa corporativa di una posizione che come argomento estetico.

Seconda ragione: l'autore è già morto (nel Novecento)
Ciò che conta è l’opera e chi legge. L’autore è secondario.
Non è l’AI a spostare il focus dall’autore al fruitore: è il cuore stesso dell’arte del Novecento. Barthes lo teorizza, Calvino lo pratica, ma l’intero secolo lo dimostra attraverso le pratiche artistiche: l’OuLiPo e le macchine combinatorie letterarie; Duchamp e il ready-made (l’artista sceglie, non crea); l’arte concettuale (l’idea prevale sul gesto); Cage e l’aleatorietà come principio compositivo; Pollock e l’Action painting (il corpo come strumento, non come fonte di senso); il Surrealismo e l’automatismo psichico; la Pop Art e la serialità meccanica di Warhol; il Living Theatre e l’abolizione della quarta parete; Grotowski e il rituale partecipativo; la Performance art di Abramović (il pubblico co-crea l’opera); gli Happening: eventi senza autore definito… solo per citarne alcuni.
L’autore è già una macchina che processa cultura. Che questa macchina sia biologica o artificiale è, letterariamente, irrilevante.

Terza ragione: l'autore "puro" non è mai esistito. Siamo sempre stati remix
Ogni creazione è meticciato, contaminazione, antropofagia culturale.
L’idea dell’autore originale che crea dal nulla è un mito romantico smentito da secoli di pratica artistica e da decenni di teoria.
Le teorie del Novecento: Bachtin: dialogismo e polifonia (ogni voce contiene altre voci); Kristeva e l’intertestualità (ogni testo è mosaico di citazioni); Lévi-Strauss e il bricolage culturale; Glissant, il pensiero arcipelagico; Genette e il testo come stratificazione infinita…
Le pratiche artistiche: Sampling musicale e remix culture; Pastiche, parodia, citazionismo; Ibridazione e meticciato come metodo…
La storia pre-moderna: le botteghe medievali e rinascimentali (opere collettive senza autore singolo); le maestranze delle cattedrali (anonimato e creazione condivisa); i copisti monastici (trasmissione e variazione); l’epica orale (tramandata, modificata, ricreata di bocca in bocca); la Commedia dell’arte (canovacci fissi, improvvisazione infinita)…
Siamo sempre stati macchine che processano, contaminano, rielaborano frammenti del già detto.

L’arte non è mai stata solo una questione di corpi
L’intelligenza artificiale non introduce anomalie nel sistema dell’arte. Al contrario, rende solo più visibili processi che alcuni si ostinano a occultare dietro il mito del genio originale:
1. La trascendenza dalla fisicità come essenza dell’immaginazione
2. Il primato dell’opera e del lettore sull’autore
3. Il meticciato costitutivo di ogni creazione

La questione non è se l’AI possa creare arte. La questione è riconoscere che l’arte non è mai stata solo questione di corpi, ma di senso, immaginazione, trascendenza, liberazione dal destino. Destino biologico che ci lega alla specie, destino di sangue che ci lega alla nascita, destino di terra che ci confina al luogo.
L’arte è emancipazione da tutto ciò che non possiamo scegliere: il corpo in cui nasciamo, la cultura che ci precede, i limiti della nostra esperienza diretta. L’arte è scelta, possibilità di immaginare mondi che non abbiamo vissuto, di dare voce a esperienze che non sono nostre, di creare senso oltre il recinto del biografico.
Ridurre l’arte all’esperienza incarnata dell’autore significa tradire proprio questa vocazione essenziale: la capacità umana di trascendere i propri confini attraverso l’immaginazione, la libertà, la tecnologia.

Da quando abbiamo inventato il primo strumento, la strategia evolutiva della nostra specie è stata abbandonare l’evoluzione biologica per abbracciare quella tecnologica.
Ogni strumento, dalla selce scheggiata alla scrittura, dal telescopio all’intelligenza artificiale, è una ricerca di superamento dei confini biologici.
L’arte è sempre stata parte di questa strategia evolutiva.
Difendere il corpo come fondamento dell’arte significa negare ciò che ci rende umani: la capacità di liberarci dal destino biologico attraverso l’immaginazione e la tecnica.
