Privatizzare il Sovrano

La trappola del sovranismo digitale: come la corsa al controllo pubblico rischia di privatizzare lo Stato.

Privatizzazione dello Stato

Privatizzare il Sovrano

Nazionalizzare l’AI

Convergenze apparentemente incredibili. In una manciata di giorni: il senatore socialista Sanders pubblica la proposta di espropriare il 50% delle grandi aziende AI attraverso un fondo sovrano pubblico. Altman di OpenAI si presenta nel suo ufficio disponibile a trattare. Dopo una telefonata di Amazon a Washington, Trump impone un ban immediato sui modelli di frontiera di Anthropic, mettendoli offline in poche ore. Nel frattempo, il CEO di Palantir Karp avverte che la nazionalizzazione totale del settore è inevitabile entro due anni.

Cosa c’è sotto questa strana luna di miele ideologica intorno alla parola: nazionalizzare?
Un gigantesco abbaglio: credendo di nazionalizzare l’AI, si sta accelerando la privatizzazione dello Stato. Per Sanders e le cancellerie europee non è questo l’obiettivo. Per Karp sì. Eppure, tutte le proposte in campo intervengono sulla dimensione della proprietà e della nazionalità, lasciando intatta la dimensione che conta strutturalmente: chi ha già la capacità operativa di esercitare funzioni statali, e se quella capacità è verificabile da soggetti indipendenti.

Europa, Canada e India guardano a Washington e si spaventano di fronte allo spettro del “kill switch digitale“, materializzatosi nel recente ban fulmineo imposto dall’amministrazione americana ai modelli Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic.
Quell’evento ha dimostrato che dipendere dall’infrastruttura d’oltreoceano espone al rischio di vedersi revocare l’accesso ai sistemi critici in meno di sei ore per una decisione unilaterale e politica.
Terrorizzate da questa vulnerabilità, molte cancellerie internazionali reagiscono rifugiandosi nello stesso dogma del “sovranismo tecnologico“, convinte che basti accumulare chip o finanziare un campione nazionale proprietario per proteggersi. Ma inseguire quel modello senza sviluppare capacità di verifica indipendenti significa riprodurre in casa propria la stessa dinamica monopolistica che ha già svuotato la sovranità di Washington, accelerando la nascita di una nuova era segnata dall’Esproprio dello Stato attraverso la tecnologia.
Vediamo come.

Privatizzare il Sovrano

Obiettivo: Procurement

Le valutazioni da un trilione di dollari (quella di Anthropic alla vigilia della quotazione) non servono a vendere chatbot ai consumatori, ma a costruire la credenziale di “attore indispensabile” per accedere all’unico mercato che garantisce una rendita eterna: il procurement statale. Una volta che l’algoritmo entra nella sala dei bottoni dei Ministeri, sostituirlo costa più di tenerlo, e lo Stato si ritrova sotto scacco.

Se uniamo i puntini degli ultimi mesi, la sequenza dei fatti converge in una direzione precisa, e ogni mossa ufficiale sembra nascondere un regolamento di conti industriale:

  • Febbraio-Marzo 2026: Il Pentagono esige l’integrazione dei modelli di Anthropic all’interno del suo sistema d’intelligence permanente, il Maven Smart System di Palantir, pretendendo l’accesso per “qualsiasi uso lecito”, incluse le armi autonome. Anthropic oppone un rifiuto etico; Altman fiuta l’isolamento del rivale, si inserisce nella trattativa e firma alle condizioni dei militari. Anthropic viene bandita dalle agenzie federali, mentre OpenAI ne rileva il ruolo tecnologico. Pochi giorni dopo, nell’operazione militare in Iran, il sistema Maven così potenziato gestisce 13.000 obiettivi in 38 giorni. La catena di targeting si contrae a tal punto che la supervisione umana si riduce a un battito di ciglia nominale.
  • 1° Giugno 2026: Anthropic deposita il modulo S-1 per la quotazione in borsa (IPO) con una valutazione privata vicina al trilione.
  • 2 Giugno 2026: Sanders presenta la proposta di legge di espropriazione azionaria, mentre Trump firma l’Ordine Esecutivo sui rischi di sicurezza nazionale prima del rilascio pubblico dei modelli.
  • 6 Giugno 2026: Sam Altman varca la porta dell’ufficio di Sanders. Resta a colloquio per quasi un’ora (su propria iniziativa, non del senatore) per discutere proprio la proposta di nazionalizzazione: Altman si dice pronto ad accettare l’ingresso dello Stato con una quota pubblica in OpenAI, purché si scenda sotto la soglia punitiva del 50% sventolata dal disegno di legge di Sanders.
  • 12 Giugno 2026: Dopo una telefonata di Andy Jassy (Amazon) al Segretario al Tesoro Bessent, Washington impone un ban immediato sui modelli Fable 5 e Mythos 5 di Anthropic. Il beneficiario è OpenAI.

Lo Stato agisce ormai come braccio armato e discrezionale di una fazione privata mentre la gara sull’AI nasconde la corsa a diventare l’infrastruttura invisibile del potere. Lo Stato non arbitra più la gara: ne è diventato il premio.

Obiettivo Procurement

Lo Stato d’eccezione

Mentre l’opinione pubblica si concentra sui sistemi generativi (i modelli di AI che producono testi, immagini, codice), lo strato decisionale (che integra dati di popolazione e orienta azioni concrete nel mondo) ha già colonizzato la vita civile. È lo Stato di eccezione schmittiano tradotto in codice binario: chi decide chi è un bersaglio, chi attraversa un confine, chi merita attenzione. Il monopolio di Palantir travalica il campo di battaglia: si estende al controllo dei confini, alla sorveglianza finanziaria, al monitoraggio delle popolazioni.  

In questo contesto, Trump si rivela il presidente ideale: la figura politica che accompagna la privatizzazione silenziosa dello Stato.
La sua propensione a trattare la presidenza come un asset patrimoniale privato – un marchio di famiglia, una piattaforma di negoziazione transazionale – dissolve la distinzione classica tra funzione pubblica e interesse personale.
Questo personalismo radicale ricalca esattamente la strategia delle aziende tecnologiche di frontiera: svuotare le istituzioni dall’interno, occupandone le funzioni operative.
Esiste una simmetria profonda tra il modello di leadership di Trump, fondato sull’imprevedibilità e sul “kill switch” degli ordini esecutivi estemporanei, e la logica delle scatole nere algoritmiche: in entrambi i casi, l’arbitrio della fonte sostituisce la trasparenza procedurale e la contestabilità burocratica.
Teoria e biografia convergono nella figura di Peter Thiel. Il fondatore di Palantir è stato tra i primi grandi investitori della Silicon Valley a scommettere su Trump, e non per caso: ha dichiarato apertamente di non credere più nella compatibilità tra libertà e democrazia, mutuando da Carl Schmitt e Leo Strauss l’idea che la concorrenza sia per i perdenti e il monopolio assoluto l’unico obiettivo razionale. Trump, in questo quadro, è l’ariete politico che sgombra il terreno: demolisce la burocrazia statale tradizionale e apre lo spazio alla sottomissione dello Stato all’infrastruttura privata.

Con il Maven Smart System, Palantir gestisce già la catena di targeting militare: dal rilevamento del bersaglio al clic del missile passano pochi secondi, e la supervisione umana diventa nominale. La stessa logica governa i confini civili: con ImmigrationOS, l’azienda identifica e avvia la rimozione di migranti in tempo quasi reale, incrociando passaporti, dati fiscali e lettori di targhe. I sistemi integrano fonti di CIA, FBI e polizie di decine di paesi. La sorveglianza precede il sospetto: è l’algoritmo a decidere chi meriti attenzione.

Per Thiel, dunque, gli Stati nazionali sono strutture obsolete destinate al collasso, e le élite tecnologiche devono agire come “sovrani individuali” al di là dei confini pubblici.
La tecnologia di Palantir è coerente con questa visione: punta a rendere le leggi irrilevanti sul piano operativo prima che qualsiasi organo democratico possa intervenire.

Lo Stato, in questo schema, delega la propria funzione sovrana a scatole nere private, trasformando il pubblico nell’involucro vuoto di un potere interamente privatizzato.

Lo Stato d’eccezione

Il cortocircuito sovranista

Il ban del 12 giugno ha innescato un sisma geopolitico. La stampa tedesca ha definito l’atto di Washington un “kill switch digitale”, svelando al mondo che la dipendenza tecnologica dall’America comporta il rischio di una revoca dell’accesso in meno di sei ore.
Le risposte globali hanno abbracciato la via del cortocircuito sovranista. L’Europa ha accelerato il Tech Sovereignty Package, affiancando al Cloud and Artificial Intelligence Development Act (per escludere i fornitori stranieri dai contratti sensibili) il Chips Act 2.0 e un piano per triplicare la capacità dei data center in cinque-sette anni. Il Canada: il premier Carney ha paragonato il ban alla crisi finanziaria del 2008 (un «model risk», il pericolo sistemico di dipendere da troppo pochi modelli) e ha portato la diversificazione infrastrutturale al centro dell’agenda del G7 di Évian. L’India ha reagito al ban di Anthropic non solo invocando fondi sovrani da 5 miliardi di dollari annui per lo sviluppo di modelli proprietari, ma esortando l’industria ad abbracciare i modelli open source (inclusi quelli cinesi), mentre i leader locali dichiarano la ‘morte della globalizzazione’.

Tuttavia, focalizzarsi sulla frontiera proprietaria (modelli, GPU, data center) ignorando lo strato decisionale profondo è un errore strategico. Per competere nella corsa ai supermodelli servono capitali immensi che rispondono alle medesime logiche di monopolio commerciale.
Il sovranismo tecnologico clona semplicemente il problema in chiave locale: un “Palantir europeo” o un “OpenAI indiano” non salvano le istituzioni democratiche, cambiano solo la nazionalità del padrone che gestisce la scatola nera.

Il cortocircuito sovranista

Istituzioni che verificano

Per rafforzare lo Stato senza cederlo ai monopoli privati, è necessario fare l’esatto contrario del sovranismo. Più che produttrici di tecnologia, le Istituzioni devono sviluppare capacità di ispezione indipendenti: una governance verificatoria, capace di leggere ciò che i sistemi non dichiarano di sé e che spesso non sono in grado di dichiarare.
È in questa direzione che leggo la petizione promossa da Giorgio Parisi e Pierluigi Contucci per la creazione di un Centro Europeo di Ricerca sull’AI, firmata tra gli altri da Hinton, Bengio e LeCun.
Contucci ha descritto il progetto con un’analogia precisa: la rivoluzione industriale è rimasta pre-scientifica per cinquant’anni, finché Carnot non ha prodotto la termodinamica: la scienza che ha reso il motore a vapore comprensibile, replicabile e sottratto al monopolio di chi sapeva solo costruirlo.
La stessa operazione va fatta oggi per l’AI: non inseguire la scala computazionale americana o cinese, su cui siamo comunque drammaticamente indietro, ma produrre la scienza pubblica che rende i sistemi intellegibili.
Parisi ha aggiunto che nessun algoritmo può essere sottratto al controllo democratico: trasparenza, responsabilità e supervisione umana sono garanzie pubbliche, non concessioni volontarie dei privati. La petizione va in quella direzione, con un orizzonte di lungo periodo che non esclude, anzi richiede, interventi immediati sul presente. Sintetizzo quelli che secondo me sono i tre pilastri per il presente.

Termodinamica

Il primo è la certificazione procedurale sul modello FAA. Questa soluzione, caldeggiata da Dario Amodei nel saggio Policy on the AI Exponential, mira a sostituire l’arbitrio politico dei “kill switch” estemporanei con processi di certificazione trasparenti, standardizzati e contestabili, analoghi alla Federal Aviation Administration.
Lo Stato detiene il potere di vietare il rilascio di un sistema, esercitandolo attraverso una base tecnica documentata e un processo definito. Che Anthropic abbia un interesse strategico a proporre questa regola è evidente: impedire a OpenAI di fare dumping etico accettando i contratti che i concorrenti hanno rifiutato. Ma una regola può essere utile indipendentemente dalle motivazioni di chi la propone, e questa lo è, perché sostituisce l’arbitrio politico con un processo tecnico documentato e contestabile.

Il secondo pilastro è ispezionare il codice. L’AI soffre di “confabulazione strutturale” (i modelli descrivono sé stessi in modo plausibile, ma quella descrizione non corrisponde a ciò che accade davvero nei calcoli): non produce un resoconto fedele del proprio funzionamento, ma una narrazione ex-post plausibile. Le Istituzioni devono condizionare l’accesso ai contratti pubblici alla disponibilità dei fornitori a sottoporsi a verifiche indipendenti sui flussi di calcolo che generano le decisioni dei modelli. Sull’esempio dell’azione dell’AIEA nel dominio del nucleare, lo Stato deve pretendere la chiave d’accesso tecnica delle macchine attraverso protocolli crittografici.

Il terzo è l’open source: l’unica strategia razionale per spezzare il vendor lock-in e impedire la nascita di fornitori unici. Incentivare i modelli a pesi aperti nelle infrastrutture pubbliche frammenta il mercato ed evita il dissanguamento di capitali in una corsa proprietaria soggetta al rischio di essere erosa: i laboratori di frontiera che hanno investito miliardi si ritrovano periodicamente insidiati da soluzioni aperte molto più leggere ed economiche (come ha dimostrato il rilascio di GLM-5.2 da parte della cinese Zhipu AI il 13 giugno 2026, il giorno dopo il ban, con licenza MIT e a un decimo del costo dei modelli equivalenti americani). Chi adotta open source nelle infrastrutture pubbliche non insegue la supremazia tecnologica altrui: la erode, spostando il rischio finanziario su chi ha scommesso tutto sul monopolio proprietario e senza costringere lo Stato ad appaltare la propria sovranità.

Privatizzazione dello Stato

Il dibattito contemporaneo sulla governance dell’AI è reale, urgente e strutturalmente sbagliato. La sua realtà risponde a una concentrazione di potere inedita nella storia industriale: la sua urgenza è dettata da una tecnologia che corre a una velocità incompatibile con i tempi dei cicli parlamentari. Il motivo per cui questo dibattito è radicalmente fallimentare risiede nell’adozione stessa dell’approccio sovranista. Le cancellerie si illudono che la soluzione consista nell’edificare un perimetro nazionale o confederale, accumulando chip, finanziando modelli di Stato o regolando la proprietà azionaria dei campioni locali. Questo dogma sovranista è un vicolo cieco: l’indipendenza non è una questione di confini geografici o di bandiere societarie, bensì di accessibilità tecnica.
Un algoritmo proprietario “sovrano”, protetto dal segreto industriale e sottratto al controllo pubblico, espropria la funzione statale esattamente come un software d’oltreoceano.

La redistribuzione della ricchezza finanziaria perseguita da Sanders rappresenta un fine eccellente e, su questo piano, come ha ricordato Giorgio Parisi citando Marx (1), la posta in gioco è se le nuove sorgenti di ricchezza diventeranno ricchezza per tutti o miseria per molti: una scelta politica, non un destino.
Ma questo obiettivo, necessario e urgente, lascia del tutto impregiudicato il nodo sistemico: la concentrazione di potere monopolistico che si traduce nella privatizzazione dello Stato.
Se il senatore socialista mira a tassare i profitti e Trump esige un controllo politico discrezionale, entrambe le posizioni evitano la domanda sul potere reale, rimanendo prigioniere dello stesso miraggio sovranista. La politica si illude di governare la tecnologia attraverso lo strumento fiscale o l’editto geopolitico, ignorando che l’infrastruttura algoritmica ridefinisce i rapporti di forza prima che qualsiasi Istituzione possa intervenire. Resta infatti inevaso l’interrogativo fondamentale: chi verifica l’operato dei sistemi che già gestiscono il monopolio della forza?

La sola nazionalizzazione già compiuta intanto (l’infrastruttura di Palantir blindata come asse portante del bilancio della difesa) non figura in nessun disegno di legge. Si è consumata nel silenzio del procurement, attraverso contratti pluriennali che rendono il software privato impossibile da estirpare dalle arterie pubbliche.

Il beneficiario di questa architettura, Peter Thiel, ha spiegato con spietata franchezza la sua incompatibilità ideale con i valori democratici. La sovranità non si difende erigendo barriere protezionistiche o finanziando scatole nere locali: si esercita imponendo ispezioni rigide sulle macchine. Bernie Sanders vuole nazionalizzare OpenAI. Ma OpenAI non decide chi bombardare. Palantir sì.
Finché lo Stato compra senza verificare, non governa: esegue.

Nazionalizzare l'ai

(1) Giorgio Parisi “Vorrei chiudere con le parole di chi, più di centocinquant’anni fa, vide tutto questo con straordinaria chiarezza. Parlando delle macchine della rivoluzione industriale, Karl Marx scrisse, nel 1856: «Macchine, dotate del meraviglioso potere di ridurre e potenziare il lavoro umano, fanno morire l’uomo di fame e lo ammazzano di lavoro. Un misterioso e fatale incantesimo trasforma le nuove sorgenti della ricchezza in fonti di miseria».
Marx parlava delle macchine a vapore; noi parliamo di un’altra macchina, l’intelligenza artificiale. Ma quell’incantesimo non è un destino: spezzarlo, e fare in modo che le nuove sorgenti della ricchezza diventino ricchezza per tutti e non miseria per molti, è una scelta politica. Nel passato le grandi lotte operarie, i partiti della sinistra l’avevano spezzato. Adesso dipende da noi. Ce la faremo!”

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